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La Candelora a Montevergine

Come molte feste cristiane anche la Candelora ha origine remote. Nella tradizione celtica, la festa di Imbolc, segnava il passaggio tra l’inverno e la primavera, cioè il momento tra la più profonda oscurità a quello del risveglio e della luce. Nel mondo romano la Dea Februa, altro nome di Giunone, veniva festeggiata alle calende di Febbraio (primo giorno del mese nel calendario romano).

La Candelora è celebrata ancora oggi in tutto il mondo ed è accompagnata da numerosi detti e proverbi. Secondo la tradizione, i ceri benedetti in questo giorno sono poi conservati in casa dai fedeli e vengono accesi in varie occasioni durante l’anno: per placare l’ira divina, durante violenti temporali, aspettando una persona che non torna o si ritiene in grave pericolo, assistendo un malato ed in qualunque momento si avverta il bisogno di chiedere l’aiuto divino.

In Campania esistono svariati detti, tra cui, “Cannelora , ‘state dinto, vierno fora”, (“Candelora, entra l’estate ed esce l’inverno”), per indicare l’avvicinarsi del bel tempo e la fine dell’inverno. Oppure, “A Pasca Epifania tutt”e ffeste vanno via. Risponne ‘a Cannelora : No , ce stongo io ancora“, (“Con l’Epifania tutte le feste vanno via. Risponde Candelora: No, ci sono ancora io”), che fa riferimento all’estro e all’inventiva del popolo napoletano che saprà riempire un intero anno con altre importanti feste. Ma senza ombra di dubbio il più popolare è quello che fa riferimento al clima e ad una previsione del tempo possibile grazie al giorno della Candelora: “Quanno arriva ‘a Cannelora d”a vernata simme fora, ma si chiove o ména viento, quaranta juorne ‘e male tiempo, (“Quando arriva la Candelora dall’inverno siamo fuori, ma se piove o c’è il vento ci saranno quaranta giorni di mal tempo”).

Nel giorno della Candelora sono molte le celebrazioni, anche a Napoli. Nel cinquecento, ad esempio, la città si riempiva di candele, torce e luci di tutti i colori. Oggi, purtroppo queste tradizioni sono quasi del tutto perdute ma ne rimane la memoria soprattutto nei racconti dei più anziani. Ancora oggi molti fedeli si recano in pellegrinaggio al santuario irpino di Montevergine, con la processione dei “femminielli” (omosessuali), in ricordo anche delle antiche celebrazioni alla dea pagana Cibele, dea della fertilità: i suoi sacerdoti, tutti eunuchi, la onoravano al ritmo ossessivo di tamburi e, solo con l’avvento del Cristianesimo, il Santuario fu consacrato a Maria.

Con il tempo Mamma Schiavona è diventata la Madre degli ultimi, degli emarginati, degli esclusi. Ed è diventata anche la mamma dei “femminielli” – ovvero gli omosessuali nella cultura partenopea – che, ogni 2 Febbraio, salgono il monte per renderle omaggio. La tradizione sembra affondare le sue radici nella seconda metà del XIII secolo: si racconta che, durante una bufera di neve, due amanti sorpresi durante un amplesso omosessuale furano lasciati morire di fame e di freddo imprigionati ad un albero tramite lastre di ghiaccio; la Vergine però intercesse, salvandoli da morte certa grazie ad un raggio di sole improvviso che sciolse le lastre, liberandoli.

Ogni anno il 2 Febbraio, si ricorda questo grande atto di amore: è un giorno di sacrificio, durante il quale i pellegrini salgono lentamente le pendici del monte, in un silenzio quasi sacro e con grande partecipazione emotiva. Il silenzio è rotto solo una volta arrivati sul piazzale del Santuario, dove tutti insieme i fedeli si lasciano andare a balli e canti sfrenati, quasi come fosse un rituale liberatorio, quasi come se solo lì fosse consesso… Perchè si sa, Mamma Schiavona è “colei che tutto concede e tutto perdona”.





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